postato da thebackinblack alle ore 15:31
venerdì, 12 dicembre 2008

Prende forma l’edizione 2009 del Bloodstock, festival britannico considerato una sorta di risposta metal alla celebre kermesse statunitense di Woodstock. Il Bloodstock Open Air è stato creato nel 2005 e per tre giorni propone ampie forniture di hard, heavy e metal. L’appuntamento si svolgerà presso i giardini della Catton Hall nel Derbyshire, più o meno a metà strada tra Derby e Birmingham. L’edizione 2009 è a cavallo di Ferragosto, tra il 14 ed il 16 agosto. In attesa del cartellone completo, che presumibilmente prenderà forma definitiva nel prossimo maggio, questi i gruppi già confermati:


Saxon
Amon Amarth
Candlemass
Satyricon
Turisas
Haunted
Katatonia
Wintersun
Die Apokalyptischen Reiter
Sabaton.
Il pass per i tre giorni costa 85 sterline, circa 102 euro, ma dal prossimo 15 dicembre il prezzo dell’abbonamento sarà innalzato

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postato da thebackinblack alle ore 15:27
venerdì, 12 dicembre 2008

 

John Romita Jr. è figlio di uno dei disegnatori di Spider man più conosciuti e riconosciuti (John Romita Sr.), nel tratto e nella sensibilità con cui ha saputo realizzare e far vivere il nostro affezionatissimo ragno di quartiere sulle pagine dei comics.


John Romita Jr. è un artista che con Spidey ha ancora a che fare perché da anni lo disegna, da anni ne conosce i più intimi segreti e i problemi più profondi, uno dei pochi che ci può realmente parlare del futuro di questo supereroe che in Italia festeggia il suo 500 numero con un’edizione speciale della Panini.

Dopo trent’anni di carriera, a Roma, mi trovo davanti un vero e proprio mito che scherza sul fatto di essere famoso, racconta il suo modo di concepire l’arte e il lavoro, ci parla delle sue origini ma soprattutto dichiara tutto il suo amore per un padre incredibile e una famiglia per la quale si muove tutta la sua vita.


Benvenuti nel fumetto inedito della storia dello Stupefacente John Romita Jr.

Quanto leghi la parola eredità al tuo Jr.?

E’ una parola molto importante, doppiamente legata a me come artista e come figlio di un grande arista..
La cosa meravigliosa tra me e l’eredità che ho ricevuto, tra me e mio padre è che non c’è mai stata un’imposizione, mai un conflitto, uno scontro.
Per me è sempre stato solo un meraviglioso rapporto tra padre e figlio. Semplicemente questo. Non ho vissuto nessun tipo di costrizione grazie al tesoro che mio padre ha fatto della sua esperienza. Mio nonno (originario di Bari dove costruiva le bare) infatti era un uomo duro, concreto, che ha cresciuto il figlio con un regime molto autoritario. Una mentalità che neanche lontanamente pensava all’arte che si è ritrovata con un figlio che dal nulla ha dimostrato di viverne.Un talento naturale che è spuntato fuori così!

La vena artistica di mio padre era mal vista, come una “stranezza”. Ecco io sono cresciuto completamente distante da tutto ciò, grazie alla profonda intelligenza e sensibilità di un uomo che continuava a dirmi che mi avrebbe aiutato in qualsiasi modo, che mi avrebbe consigliato sempre, solo se lo avessi chiesto. “Chiedimi figliolo e io ti dirò tutto quello che vuoi sapere, ma da me non avrai nulla che possa influenzarti in qualche modo a fare questo lavoro o ad avvicinarti all’arte” continuava a ripetermi. La cosa fu semplice: iniziai ad osservarlo e a chiedere.
Lui si è sempre rifiutato di trattarmi come è stato trattato.

Quali sono gli artisti che al tempo ti hanno influenzato e quelli che continui ad ammirare anche grazie al modo in cui hanno rotto le regole?

Sono cresciuto osservando opere italiane, francesi. Amo gli impressionisti, Matisse. Tra gli illustratori Gibson, J.C. Leyendecker e molti altri che avevo in un grande libro di cui non ricordo il nome e che sfogliavo continuamente.
Tra i cartoonist mio padre, John Buscema e Jack Kirby. Per quello che riguarda la mia professione sono loro tre i nomi più importanti, le influenze più grandi e i maestri da cui imparare. Hanno avuto la capacità di raccontare le storie, di dare un taglio quasi cinematografico alle sequenze sapendole immaginare nella loro testa con la stessa precisione con cui poi l’hanno disegnate.
Forti di una espressività narrativa innaturale.

E come vedi l’influenza di un giovane talento, negli anni 90 soprattutto, come Rob Liefield nello sviluppo del disegno e dell’attitudine a questo?

Agli inizi degli anni novanta ha influenzato moltissimo i giovani che si stavano avvicinando al nostro lavoro con il suo tratto caratteristico, irriverente e la sua età. Io però non sono d’accordo su una cosa, pur rispettando Rob e la sua arte, un artista (soprattutto se giovane) deve formarsi con i grandi maestri, con la grande arte come dicevo anche all’inizio e non da altri esordienti.
Mio padre mi ha fatto studiare al College insistendo molto sulla mia educazione scolastica, ripetendomi che prima sarei dovuto diventare un artista e poi un cartoonist. Mio fratello ed io siamo delle buone persone grazie ai grandi insegnamenti di mio padre e grazie al suo amore smisurato…naturalmente anche grazie alla mamma! (ride).

Come definisci il tuo lavoro in tre aggettivi da quando hai iniziato ad oggi?

Wow, sono trent’anni… ho un po’ di tempo??? Nei primi vent anni: veloce, attento, sopravvivente. Negli ultimi dieci invece ho semplicemente imparato come imparare. Dai miei errori del passato, dai miei successi e c’è ancora così tanto da imparare. Se penso di non aver più niente da imparare penso che sia finita è come per i musicisti: più pratica fai più cresci.
In tre aggettivi oggi? Pieno di pensieri, medio… figo.
Mio padre poi mi ha sempre detto che se anche penso di essere bravo è meglio non dirlo, perché significa che sono quasi arrivato, che non ho più niente da imparare e che mi manca quella modestia per andare avanti. Per questo ha sempre consigliato di dire e pensare che sono nella media, in un livello “giusto”, così da non cadere anche nella trappola dell’ego e finiva dicendomi “Ricorda che ci sarà sempre uno più forte, più in gamba e bravo di te”.

Cosa pensi quando finisci un tuo lavoro e lo consegni?

Pwee… un’altra fatta!!! È un lavoro davvero molto duro, fatto di lunghe ore di concentrazione, meticolosità, attenzione. Difficilmente si fa questo mestiere per anni e infatti molti nel mio ambiente preferiscono farlo per un periodo, guadagnando molto così da godersi il frutto di tanta fatica. Altri diventano pieni di sé e si lanciano in progetti assurdi. Molti, semplicemente impazziscono! (ride).

Agli inizi gli eroi si scontravano con super criminali lontani dalla nostra realtà l’unico problema era sconfiggere un nemico con un costume colorato e dei super poteri. Poi è arrivata la droga, l’alcolismo, la prostituzione, le guerre e gli eroi hanno cambiato il loro sguardo. Cosa è successo?

Eccellente domanda. Stan Lee è stato tra i primi a bilanciare fantasia e realtà e credo che la risposta sia proprio qui, in questa capacità. Questa è la vera ricchezza di un fumetto.
Molti preferiscono creare scenari fantascientifici, lontani dal reale, allontanando troppo il lettore dalla storia perché manca un legame concreto. Altri hanno invece hanno realizzato personaggi molto drammatici che però, non hanno più permesso di far godere l’aspetto fantastico del comics.

Spider man ha molto successo per questa sua dimensione equilibrata: Peter è un ragazzo qualsiasi, un newyorkese che tutti i giorni fa i conti con i problemi più umani, ritrovandosi però poi a fronteggiare minacce sensazionali.
Un nome, secondo me, che è riuscito a coniugare fantasia e realtà in maniera stupefacente, è Neil Gaiman.

Ma chi è oggi il nemico? E in un certo senso anche il “nostro” nemico?

I cattivi sono una rappresentazione ingigantita, ma neanche tanto, della corruzione umana. Kingpin ne è l’esempio calzante: avido, infido, crudele, vuole soltanto possedere e dominare. I problemi reali vengono spesso calati nei personaggi dei fumetti: ad esempio l’antisemitismo che subiva da ragazzo Stan Lee, sono stati riportati ne Gli Incredibili X-Men. Mutanti, emarginati, diversi che decidono comunque di proteggere gli umani.
Ecco, tutto viene riversato nelle storie per poter essere anche affrontato, denunciato in un certo modo, reso comprensibile anche dai più giovani.

L’uomo ragno nasce dalla frase “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”… quali sono i tuoi poteri e la tua responsabilità.

Il mio potere? Avere pazienza. La mia responsabilità? Avere più pazienza.

Chi senti più vicino tra Peter Parker e l’Uomo Ragno?

Ogni padre, ogni figlio, ogni famiglia è un supereroe. Anche io ho una doppia vita: sul lavoro sono come Peter, alla presa con i problemi quotidiani, ma è con la mia famiglia che divento Spider man e uso i miei poteri per proteggerli, sostenerli.

Spider man è famoso per le sue battute, per l’umorismo che scaglia contro i nemici durante i combattimenti: quanta ironia c’è nella tua vita?

L’ironia la ritrovo nella mia insicurezza che fa capolino nella mia vita, nella mia carriera. Ci sono stati momenti e ci sono tutt’ora dei momenti in cui sono stato colto da questo sentimento. Una cosa di cui non ho parlato mai con mio padre perché si sarebbe arrabbiato da morire come fa la moglie quando capita. Non è un retaggio paterno, ma semplicemente a volte mi sento così e lo trovo ironico visto quello che faccio.

Qual è l’abilità di Spider man che potrebbe aiutarti nel lavoro?

Oh! Sicuro la velocità!

Il personaggio più complicato che ti sei trovato a disegnare?

Spider man.Pensa soltanto a tutte le ragnatele sul costume…Scherzi a parte. È un eroe con il volto coperto da una maschera eppure ha una serie infinita di espressioni da comunicare…ecco questa è ironia!

Qual è l’incarnazione di Spider man che preferisci?

Il classico, senza dubbio. Per me l’originale è quello che dovrebbe essere.

Hai mai vissuto o rivissuto un tuo dolore, un tuo problema con i personaggi che disegni?

Sì. Con Iron Man. Tony Stark è un alcolizzato ed io avevo due amici molto cari che soffrivano di questo problema. Uno di loro si è ucciso, con mio grande dolore. L’altro ne è uscito definitivamente. Ecco, in questo caso ho di nuovo vissuto quella situazione, mi sono tornati in mente tutti i momenti difficili. E sono riuscito ad addentrarmi di più nel personaggio che disegnavo.

Con Peter Parker invece ho vissuto il problema della crescita, anche se da ragazzo non ho vissuto l’emarginazione del nerd, dell’immaturo, perché comunque disegnavo ed ero interessante. Però da adulto quando mi sono trovato di fronte a grandi uomini, mi sono sentito un po’ immaturo, insicuro. Come Peter.



Tu hai disegnato oltre a Spider: Thor, Cable, Iron Man, Devil, The Punisher. A quali ti senti più legato?

Mi piace molto Daredevil, ma adoro disegnare The Punisher… anche perché molti miei parenti sono simili a The Punisher. (ride)

Hai disegnato anche World War Hulk. Hulk è rabbia, cos’è per te la rabbia?

Nel mio lavoro è la voglia di fare, di farcela. Con la mia famiglia è prendersi cura di loro e non farli mai essere arrabbiati.

500 numeri in Italia, festeggiati con questo volume (prossimamente edito da Panini). Il futuro di Peter?

Negli Stati Uniti, Peter dovrà decidere tra la vita di zia May e la cancellazione di ogni ricordo con Mary Jane Watson a causa del demone Mephisto. Qui torna il discorso dell’equilibrio, perché ci deve essere un bilanciamento tra chi era Spider man all’inizio e chi è diventato. Dal matrimonio con M.J. c’è stato un allontanamento dalle difficoltà esistenziali di Peter e questo lo aveva distanziato anche dal lettore “sfigato” che si riconosceva nel Parker degli esordi e non in quello sposato con una top model meravigliosa. Per ri bilanciare si è pensato a questo, a questa nuova verginità che sarà anche una nuova forza per il tessiragnatele.

Chi sceglieresti per una birra: Thor, Ercole, Hulk, la Cosa o She Hulk?

Niente donne! c’è mia moglie. Assolutamente Ben Grimm… è di Brooklyn, come me!

Intervista e foto di Alex Pietrogiacomi

 

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postato da thebackinblack alle ore 15:23
venerdì, 12 dicembre 2008

La Coniglio Editore presenta un libro unico nel suo genere per riportare in Italia la grande voce di Austin Osman Spare.


ANATEMA DI ZOS.
Discorso agli ipocriti

Autore: Austin Osman Spare

Coniglio Editore- Pp 107 -12.50 €-2008



Un testo di vibrante purificazione per l’inadempiente mediocrità umana.
Nel 1927 veniva dato alle stampe “L’anatema di Zos- Discorso agli ipocriti” di Austin Osman Spare un enfant prodige capace di unire esoterismo, intellighenzia, poesia e arte in un moto continuo e perpetuo di ricerca spirituale, letteraria.
Oggi questa invettiva feroce torna in una bellissima edizione italiana, con i disegni originali dell’autore, grazie alla Coniglio Editore che l’arricchisce con una postfazione assolutamente oscura, nella meravigliosa poetica, di Antonio Veneziani.

Zos, l’alter ego di Spare, è un dio, una divinità che non si assurge a Verbo immobile a cui succhiare la mammella o da cui trarre insegnamento, è un miracolato dell’autocritica, della concentrata purezza dell’assenza di legge, della libertà nella sua pienezza. La stessa libertà che tutti cercano ma che pur sventolata sotto il naso non viene respirata neanche per sbaglio.
Zos di ritorno da uno dei suoi viaggio all’interno del Sé si ritrova circondato da una folla di adoratori che hanno ascoltato i suoi soliloqui, i suoi autodafé. Quest’accozzaglia di mendicanti improvvisati, paria, puttanieri, adulteri, esseri umani, si accalcano attorno all’impatto tonante delle sue marmoree parole per cibarsene «Maestro vogliamo imparare le tue teorie! Insegnaci i misteri del credo!». Ad una richiesta del genere qualunque mortale o immortale avrebbe soltanto gonfiato il petto per dare fiato ai polmoni della propria saccenza, dell’Ego smisurato di colui al quale è dato sapere. Ma il pastore di capre è stanco dell’arroganza dell’idiozia, stanco della fuga dell’ipocrisia dalle proprie responsabilità ed è in grado di rispondere una sola cosa agli insolenti apostoli «Mi presento a voi come Zos, il pastore delle Capre, salvatore di me stesso e di tutte le cose che non ho ancora rinnegato. Senza invito siete venuti ad assistere al mio soliloquio. Ora, dunque, sorbitevi il mio Anatema».

Da questa presentazione rivelatrice comincia il discorso agli ipocriti. Impietoso, libertino, sanguinoso. Un attacco fatto con la brutale bellezza della realtà. Della verità incapace di dire altro se non il proprio nome, scandendolo.
Non viene risparmiato nulla, agli inutili avventori e alle loro preoccupate vite cariche di vacuità. Tutto viene abbattuto dalla bestia ingabbiata dalle blasfeme convenzioni e convinzioni sociali: la religione, il sesso, la vita, l’amore, la società, Dio, l’uomo. Gli uomini blaterano di tutto questo, ne parlano senza cognizione di causa. Sognano in attesa che i sogni si addormentino e comincino a colorare le loro ambizioni. «Pensate che il Cielo sia un ospedale? » grida Spare/ Zos. Il cielo non è un rifugio sicuro per chi non sa trovare l’ identità, il pensiero, la purezza sulla terra delle proprie coscienti azioni.

Dove andare dunque? Dove trovare risposte? Il dio ora è stanco. Lui che si ciba di solo pane, che trova nel sonno l’unica preghiera, è stanco. Di questi uomini ancora incapaci di elevarsi a dei di se stessi.

Voto: 10



Articolo di Alex Pietrogiacomi
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postato da thebackinblack alle ore 15:21
venerdì, 12 dicembre 2008

Nell’Afghanistan in guerra s’intrecciano magistralmente storie di uomini e anime.

La veglia inutile

Nadeem Aslam

Feltrinelli- Pag. 320- Euro 18,00- 2008



Menti che sono case popolate da fantasmi.
Il libro di Haslam è una grande casa diroccata in cui c’è l’intrecciarsi continuo, contiguo di menti che hanno dentro e dietro di sé fantasmi, orrori, paure, amore, dolcezza, domande che vorrebbero avere risposte ma che spesso sono così angosciate da dimenticarsi il loro compito, restando senza una voce con cui parlare.

La veglia inutile che fa anche da titolo al romanzo è uno stato della coscienza, dell’anima, dello sguardo. Tra pagine vischiose, soffocate dalla sabbia e dal vento fumoso delle esplosioni, dei fuochi accesi, c’è una comune appartenenza ad un mondo invisibile e silenzioso fatto di piccoli gesti. Il mondo che lasciamo trasparire nell’oggi, quando voltiamo l’orecchio a chi eravamo. I cinque protagonisti sono dei recipienti che dopo essere stati riempiti dal carico liquido dell’esistenza si sono ritrovati a versarlo nel deserto delle proprie vicende, delle angosce che non si strappano via dal cuore senza che un pezzo ne venga portato via ogni volta.
Lara arriva dalla Russia, cerca il fratello di cui non si sa più nulla. Un veterano della guerra in quel paese lontano dal freddo del suo paese, dal silenzio della neve. La giovane sorella inizia un viaggio alla ricerca di una parte di sé scomparsa in un punto di una cartina geografica, in una frase di un notiziario che non conosce la verità. Arriva in Afghanistan con il respiro che si è condiviso e che si vuole ritrovare.

In un paese che non ha pace, riposo, silenzio incrocia la vita di Marcus. Un uomo perso nel dolore di una donna strappata via alla realtà, all’amore, di una figlia scomparsa nel cuore della notte quando soltanto i sogni dovrebbero accarezzare la nostra pelle e non il freddo di una canna di fucile. Quest’uomo sembra sapere qualcosa su Piotr. Ma cosa? E davvero vuole parlarne?
Accanto a lui David, una spia statunitense che si trova nel paese dai tempi dell’invasione sovietica. Uomo o agente? Lui cosa sa del giovane russo? Nel gioco del mosaico che si costruisce entrano anche James e Casa, il primo un soldato delle forze speciali U.S.A. e il secondo un talebano che lotta contro l’invasione dell’occidente che vuole abbattere il suo Oriente.

Tutti sanno, ma nessuno vorrebbe. La domanda vera che si pongono e che gli viene posta dalle stesse anime è “E se la verità fosse troppo orribile?”
Lara è straniera. Di sé stessa, del paese che la guarda mentre si muove sul suo suolo, dei ricordi degli uomini che la circondano e il suo grido si unisce a quello soffocato, onnipresente dell’Afghanistan troppo piegato dal continuo calpestio degli stivali dell’Est e dell’Ovest, dall’innalzare alternato di bandiere che non portano il suo colore.
Un paese che cerca la fine del conflitto e la possibilità di poter dimenticare che “Solo i morti hanno visto la fine della guerra”.

Voto:7


Alex Pietrogiacomi

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