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giovedì, 12 novembre 2009

Alessio Spataro

BERLUSCOITI

del maiale non si butta via niente

Dalla politica del fare alla politica del «farsele» il volto segreto di un premier affamato


Quando, nel 1994, Silvio Berlusconi annunciò alla nazione la sua volontà di «scendere in campo» per strappare l’Italia a un non meglio precisato complotto partitocratico, il fondatore del potente gruppo Mediaset, nonché padrone indiscusso della televisione, ottenne un immediato consenso presentando se stesso come uomo lontano dal «chiacchiericcio della politica» ma sempre pronto a «rimboccarsi le maniche» per regalare al Paese la stessa (seppur poco trasparente) fortuna che aveva arriso alle sue innumerevoli aziende e alla sua squadra di calcio.

Erano, questi, i tempi di «un milione di posti di lavoro» promessi agli elettori, conquistati dal «contratto con gli italiani» che il futuro Presidente del Consiglio avrebbe sottoscritto negli studi televisivi nel nome della «politica del fare». Da quel momento in poi, Silvio Berlusconi ha presieduto ben tre Governi ma, mentre l’Italia è sprofondata nella più grave crisi economica dell’ultimo mezzo secolo, regalando a tutto il mondo – grazie alle figure del suo leader – l’immagine di un popolo di pagliacci e veline, anche la tanto sbandierata praticità del Cavaliere ha finito per mostrare il suo vero volto. È stato così che Silvio Berlusconi, più che per «la politica del fare», è divenuto noto per «la politica del farsele», inaugurando una nuova stagione di scandali sessuali capaci di travolgere giornalisti, ministri e showgirl in una girandola di episodi esilaranti e disgustosi al tempo stesso. Gli stessi episodi che, con la consueta cattiveria, la matita di Alessio Spataro mette nero su bianco spiando i «berlus-coiti» del re di Arcore.

Un premier «affamato», sì. Ma non solo di potere!


ALESSIO SPATARO


(Catania, 1977) è uno dei protagonisti della scena satirica italiana. I suoi lavori sono comparsi sulle pagine di «Carta», «il manifesto», «Internazionale» e «Liberazione». Tra le sue pubblicazioni, i libri di vignette Cribbio (Edizioni Interculturali, 2004), Papa Nazingher (Purple Press, 2008) e il graphic novel Zona del silenzio (minimum fax, 2009), realizzato su testi di Checchino Antonini e dedicato al caso Aldrovandi. Il suo sito internet è on line all’indirizzo www.pazzia.org.

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postato da thebackinblack alle ore 16:38
martedì, 10 novembre 2009

Altra vecchia chiacchierata, tirata fuori dai nostri archivi, forse nel 2002, oggi riproposta

1.Come nasce il gruppo?

Il progetto Domina Noctis nacque nell'autunno 1998, quando io (Edera, voce e liriche) e Asher (chitarre) unimmo i nostri strumenti e le nostre idee, componendo qualche pezzo in acustico. Il risultato ci sembrò buono e decidemmo di fondare una band con cui sviluppare le nostre prime composizioni. Nell'autunno del 2001, dopo alcuni cambi di line-up, giungemmo ad una formazione stabile con l'ingresso di Erik (tastiere), Azog (basso) e Crimson (batteria) e registrammo il promo "Venus In A Dust Whirl". E’ da poco uscito il nostro nuovo promo, “Nevermore…” che stiamo promuovendo attraverso numerosi concerti.

2.Parlaci del processo di creazione di una canzone e dei temi che trattate.

Di solito Asher ci propone in sala prove dei giri di chitarra e delle idee di arrangiamento, le proviamo per sentire come suonano. Ognuno poi ha la libertà di mettere le proprie idee nel proprio strumento, anche se sotto le idee guida d’arrangiamento di Asher. Quando la struttura del pezzo è definita, comincio a lavorare alle linee vocali, contemporaneamente alla stesura del testo. Non riesco a fare una delle due cose indipendentemente dall’altra. Di solito metto insieme delle poesie, dei testi, delle idee e mi lascio trasportare dall’atmosfera del pezzo nel cucire cose precedentemente scritte e cose assolutamente nuove, poi provo a cantarle sopra alla musica e a lasciarmi andare. Alla fine mettiamo il tutto insieme in sala prove.

Molti dei miei testi parlano della Natura intesa come divinità, Dea Madre, della sensazione di simbiosi con essa, della sua bellezza e della sua saggezza. Alcuni parlano anche di amore e odio, dell’ambivalenza dei sentimenti, della vita, della realtà. Per quanto riguarda lo stile compositivo dei miei testi credo di essere stata molto influenzata dal romanticismo gotico ottocentesco, e dal gusto preraffaellita: Christina Rossetti è senz’altro la mia poetessa preferita.

3.Quali sono le influenze musicali che vi hanno avvicinato alla musica?

La nostra musica è l’unione di molte influenze: io amo molto la musica barocca, rinascimentale, medievale, celtica, e ho una grande passione per le voci femminili, in molti generi diversi, come jazz, blues, folk. I gruppi che più mi hanno influenzato sono i Dead Can Dance, i Depeche Mode, The Gathering, Dreams Of Sanity e molti altri. Gli altri componenti sono molto legati invece all’hard rock anni 70 e il metal più classico, gruppi come Black Sabbath, Rainbow, Queen, AC/DC, WASP, Pink Floyd, Deep Purple.

4.La scena goth in Italia esiste veramente o è soltanto un fenomeno legato alla "pubblicità" mediatica dei film e della letteratura?

Sinceramente noi non facciamo parte di alcuna scena, noi facciamo la nostra musica senza piegarci alle tendenze imperanti del nu-metal, del dark elettronico o di qualsiasi altro genere. Il mondo del dark-gothic è come una setta molto ristretta che sta lentamente riportando tutta la musica dark agli standard degli anni 80 e tutto il resto è immondizia, soprattutto il metal. Non abbiamo niente da condividere con chi la pensa così. Il sound dei Domina Noctis è melodico, romantico, gotico ma in senso più letterario che subculturale. La nostra musica è atmosfera, è l’insieme delle nostre emozioni messe in una bottiglia e pronte a sprigionarsi.

Credo che esista una vera scena goth in Italia, ma ultimamente è diventata una moda essere vagamente dark-gothic anche per gruppi pop. La musica, la moda e il cinema si ispirano sempre di più al mondo oscuro, senza andare però in profondità.

5.Quali e quanti sono i paragoni con la frontwoman dei Lacuna Coil?

Essere una donna italiana che canta in un gruppo metal SIGNIFICA essere paragonata a Cristina Scabbia, non si scappa. E’ un’operazione matematica!!:) In ogni caso non può che farmi piacere. Mi piacciono i Lacuna Coil, anche se non li abbiamo mai presi come punto di riferimento dal punto di vista musicale o nemmeno del sound di insieme. Hanno avuto un percorso professionale ineccepibile, e ci metteremmo tutti la firma!!! Anche se devo dire che le somiglianze tra me e Cristina oggettivamente sono poche, sia vocalmente, sia per quanto riguarda l’immagine! Siamo due personalità distinte.

6.Cosa odi e ami in un uomo e cosa in una donna

In un uomo amo la mente libera, la creatività e la comprensione; esteticamente ho il debole per i capelli lunghi e l’abbigliamento nero. Odio gli atteggiamenti da macho, i comportamenti da branco, la seduttività in stile Casanova e la falsità. Nelle donne amo l’empatia, la capacità di mettersi nei panni degli altri, la generosità in amicizia, lo stile personale e la creatività. Odio invece le donne che civettano e cercano di piacere a tutti i costi a tutti gli uomini del pianeta, compresi i morosi delle altre.

7.Noi abbiamo il momento d'odio; puoi dedicare un brano carico di rancore a chi e cosa vuoi...vai!

Preferisco dedicare “The Breath Of Nature”, la prima canzone che abbiamo composto, a tutti i nostri amici e sostenitori, con un saluto speciale ad un simpatico recensore che ha da poco scritto una recensione tremenda sul nostro promo, ma essendo certi che tutto ciò dipenda da una forte frustrazione e insoddisfazione di sé, abbiamo deciso di perdonarlo!!! :P 8Come dice Mephisto:Dicci quello che vuoi e fuori dai +++++

Venite numerosi a sentirci nelle nostre date dal vivo, visitate il nostro sito http://digilander.libero.it/dominanoctis/ e STAY FREE!!!!
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postato da thebackinblack alle ore 16:36
martedì, 10 novembre 2009

Vecchie interviste spuntate fuori dal cilindro delle nostre puntate...
A voi la prima con Thodde.


Thodde: cosa si nasconde dietro questo nome e come nasce?

Come spesso succede, la mente di un musicista è sensibile nel ricevere stimoli dai più svariati avvenimenti della sua vita, anche i più insignificanti. Thodde è qualcosa che ha trovato me, molto ironicamente, non ha un significato specifico ma riguarda la fine delle cose terrene, il mio ideale ed immaginario archetipo. E' l'esternazione del mio dolore.

2. Perchè la scelta del black metal?

Penso che il Black Metal non sia una scelta, ma un "possessione", se così possiamo definirlo, che alcuni hanno dentro e li indirizza verso questo stile di vita. Non è solamente musica od immagine, ma un modo personale di percepire la realtà. Purtroppo in molti questi non lo capiscono, pensando di dimostrare con corpse-paint e distorzioni estreme il loro essere True. Questa concezione non mi interessa.

3. il tuo black metal viene visto sotto l'ottica del maiale. Ci parli di questo concetto?

L'idea del Maiale per i Malnatt (nostri alleati) o più specificamente del Cinghiale nel nostro caso, è una personificazione del nostro essere selvaggi e liberi da condizionamenti; la "Bestia Nera" (citando liberamente Ildjarn, nostra grande ispirazione) è il nostro animale Totemico. L' Umbria è nota anche come la terra del lupo e del cinghiale (i poveri ed ignari frequentatori di S.Francesco di Assisi ah..ah..) quindi quale miglior scelta per noi?

4.Da cosa nascono i tuoi lavori e come ti rapporti ad essi?

Come detto in precedenza, i miei lavori nascono dal mio bisogno di esternare la mia lacerazione, la mia personale visione di un genere come il Folk Black Metal, che se ben compreso può ancora dire molto. L' Italia, con le sue tradizioni rurali e contadine, potrebbe essere un paese con un immenso potenziale in questo ambito, spero che sempre più musicisti "estremi" se ne rendano conto. Alla base di tutto, comunque, c'è il mio spassionato Amore/Odio verso la mia terra d'origine, l' Umbria.

5 Dicci delle tue ultime novità

Abbiamo fuori da qualche settimana lo Split con i Malnatt "Necro Swine Black Metal", composto da 10 tracce di puro Folk/Swine Black Metal; il suono è molto più professionale e killer che in passato. E' ancora presto per tirare delle conclusioni, ma sembra che la stampa specializzata, finora, lo abbia recepito ottimamente. Spero di riuscire, per Settembre, a trovare dei musicisti seri e con la giusta abitudine per trasformare i Thodde da one-man Band a vera e propria Live band. Suppongo che uno Show dei Thodde, così come lo concepisco, sarebbe qualcosa di altamente Self-Inflictioned

6.Come è stato concepito lo split con i Malnatt?

Siamo entrati in contatto con i Malnatt sul finire del 2003, visto il reciproco interessamento verso le nostre releases Con il passare del tempo, e dopo vari incontri, ci siamo accorti di avere in comune il concept animalesco ed anticonvenzionale, nonchè idee musicali molto vicine. Per quanto riguarda la nostra parte nello Split, ti posso dire che i pezzi erano già stati completati nelle sessioni di registrazione dei nostri precedenti Demo, quello che ho fatto successivamente non è stato altro che rifinire e ridefinire il Sound in digitale.

7. Cosa pensi dell'attuale panorama black

In molti tra i "grandi" stanno reciclando loro stessi ed il loro Sound, alcuni fans (la maggioranza,per la verità) apprezzano questo in quanto ancorati alle loro sicurezze. Una nuova scena Underground stà però venendo fuori, con molte band statunitensi...purtroppo...come Leviathan e varie della scuderia Moribund. La cosa più triste è che tutti i gruppi-elementi cardine del Pagan Black stanno scomparendo, vedasi Bathory, Otyg, Windir, Einherjer ecc. Evidentemente gli Dei li rivogliono per se stessi ah..ah.. R.I.P. Valfar, hail Heidra Windir.

8. Come dice Mephisto: fai il tuo momento d'odio e fuori dai .....

Support Umbrian NecroFolk, We're the Black Beast, we're the Wild-Bores. Grazie a B.i.B. per l'intervista and "Keep to support the Underground".

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postato da thebackinblack alle ore 15:28
martedì, 03 novembre 2009

Con i Cariolanti (Elliot Edizioni) , Sacha Naspini prende il lettore e lo trascina nel famelico mondo di Bastiano. Un gorgo emozionale che prende alla gola e trascina giù, fino all'ultima pagina.

Cos’è per te la fame?

Ci sono persone che vivono tutta la vita con un languorino appeso alla gola, altre che se ne vanno in giro abbastanza satolle di tutto e gli va bene così. Poi c’è quella gente che non gli basta mai, e io penso di far parte di questa categoria. Sono schifosamente curioso, mi piace mettere bocca, naso e mani in qualsiasi pertugio che mi capita a tiro. La fame è quella cosa che fa rompere i giocattoli ai bambini, per vedere come sono fatti dentro. È quando ti metti in bocca una cosa per capire che sapore ha, senza pensare al fatto che potrebbe farti male. È quella cosa che non mi fa stare tranquillo mai, e la reputo una grandissima fortuna. Certo, a volte ti porta davanti a degli strapiombi ripidissimi, perché la fame di cose ti può schiaffare in prima fila sull’osso di una questione dal niente. Può distruggere rapporti, anche, e magari a un certo punto schizzi via con la coda tra le gambe. Ma sempre per tornarci dentro un po’ più corazzato. Sempre. Insomma, per me la fame è quella roba che ho piantata in mezzo alle costole e non so come farla stare zitta un minuto. Proprio senza requie, sempre lì a cercare di darle almeno un nome. Fico, no?

 

Bastiano è nato in quale antro della tua mente? E perché?

Bastiano è nato da lì, da quel coltellino che scava, e scava… Come del resto ogni singola parola che butto sulla carta, credo. I Cariolanti l’ho scritto con la pancia, la mente guidava quelle due scorie di “mestiere” che ho imparato in questi anni. Me ne sono stato a vena aperta per tutto il tempo, a lasciarmi dissanguare felice e contento. La voce che ne è venuta fuori è una cosa davvero poco pensata, che ho scoperchiato in maniera abbastanza brutale. Il perché è semplice: non potevo fare altrimenti.

 

Ti sei confrontato con un periodo storico molto distante dal nostro e dal tuo, quali sono stati gli ostacoli e le difficoltà?

Se devo essere sincero, non ho avuto nessuna difficoltà. Il periodo storico in cui si svolge la storia compie un arco che va dalla Prima Guerra alla fine degli anni sessanta, decenni che ho incamerato largamente stando ad ascoltare le storie di mia nonna. Mia nonna è una grandissima raccontatrice di storie. Te le fa vedere. Sin da ragazzino ho avuto cucchiaiate e cucchiaiate di quella roba lì, la sera mi ci addormentavo, tanto che in qualche modo adesso lo sento un periodo mio. La grazia con cui mia nonna tutt’oggi mette un piatto di pasta e fagioli in tavola, mi lascia ancora senza fiato. Parte dalle cose “piccole”, e questo approccio, negli anni, un po’ si è sicuramente radicato anche in me. È difficile che mi disperi per qualcosa di inutile, come per esempio una multa; tendo sempre a ridimensionare l’importanza delle cose secondo un metro che oggi è certamente antiquato, ma a me va bene così. Gli anni delle due guerre, della ricostruzione d’Italia, è un periodo storico che mi ha sempre affascinato moltissimo, soprattutto per gli obblighi – catastrofici – che hanno dovuto affrontare i nostri nonni e bisnonni, che all’epoca avevano molto meno dei miei trentatre anni. La loro vita è capitata al centro di un turbine di eventi pazzeschi, e la loro identità si è costruita lì. Guardata da dei noiosissimi anni ’80, da ragazzino mi faceva quasi rabbia, questa cosa. Quando avevo vent’anni non andava meglio, mi chiedevo: e io che faccio? Certo, non è che avrei preferito imbarcarmi per la campagna di Grecia, ma anche tutto quel vuoto… Tornando alla domanda, gli anni in cui si sviluppa la storia sono anni che ho – non mi vergogno a dirlo – anche un po’ rimpianto. Ho letto moltissimo, visto un casino di film, documentari. Al momento della stesura del libro mi sono semplicemente già trovato in mano le cornici che mi servivano; io le ho prese e ci ho disegnato dentro una cosa.

 

 Il tuo è un romanzo dicotomico che gioca tra un lessico quasi infantile e collodiano e una violenza vitale incontrastata. Come hai coniugato questi due lati?

Lo dicevo sopra: alla fine è una voce spontanea, pensata neanche da lontano. Per me il registro narrativo, l’intonazione con cui si affronta una storia, ha un’importanza enorme. Per certi versi anche più della trama. La voce. Quella di Bastiano è uscita da sé.

 

 Chi sono il padre e la madre per te?

Questa è una domanda tremenda. Il padre e la madre sono due figure orribilmente importanti, che ti possono in parte mangiare la vita, nel bene e nel male, dipende da quale stella vieni giù. I genitori ti possono dare tanto, ma anche togliere tanto. Conosco persone letteralmente schiacciate da padri e madri semplicemente impreparati. Impreparati alla vita in generale, soprattutto, e che rovesciano tutta la loro incapacità sui figli, annientandoli. Il gioco a stabilire le colpe non porta mai a niente. Ma i cicli di rancore che possono scatenarsi sono terrificanti, e originano mostri di grandezza inaudita. Per me, un genitore, dovrebbe essere qualcuno di vagamente risolto, o che nella vita si è posto seriamente delle domande importanti. Perché poi sono le domande a stabilire il calibro di una persona, non tanto le risposte. Le domande che ti poni sono un indizio di quel che potresti riuscire a dare in termini umani, soprattutto a un figlio.

 

Credi che l’istinto primordiale sia ereditario?

Ho sempre pensato che tutte le persone hanno una loro base ancestrale pura, che poi è quella da cui si dovrebbe sviluppare un’esistenza almeno un pochino in sintonia con le proprie qualità. Il problema è che appena ti becchi quel paio di scapaccioni e ti metti a frignare, cominciano a depositarti roba sulla testa. Un dio, un’educazione sociale, la differenza dei sessi eccetera. È paradossale, ma forse l’urgenza silenziosa di ogni uomo è come quell’uggetta di cui si parlava prima, che ti rosicchia dal fondo, e che magari punta dritta allo smantellare tutto il sudiciume che ti ammucchiano sul cranio dopo il tuo primo strillo. Forse proseguire con gli anni non è costruire, ma scavare. Forse non è andare avanti, ma tornare indietro, alla ricerca di quella specie di strada di casa che avevi quando eri a zero. Ecco, probabilmente a zero c’è l’istinto primordiale. Peccato che debba subito andare perso nel fondo del fondo del fondo della tua botola segreta al primo gne. Allora ci si deve accontentare di sognarlo, ogni tanto.

 

Ci sono inconsapevoli sensi di colpa che animano Bastiano. Ma la colpa gli appartiene?

Ha la colpa di essere quello che è, un po’ come tutti. Ma il suo imprinting è qualcosa di veramente trasversale, lo spara in mezzo alla gente come una pallottola impazzita, schizzata via da una canna tutta storta, senza una traiettoria definita e prevedibile.

 

Un uomo dei boschi. Qual è il tuo rapporto con la natura?

Bellissimo, ovviamente. Sono uno che si sporca con la terra, che pesta le pozze. Al mare non porto asciugamani, mi rotolo nella sabbia. Ho un rapporto carnale con tutto, anche con gli animali, fino a quelli più piccoli e schifosi che nessuno vuole toccare, compresi gli uomini. Sono uno che ti abbraccia e ti bacia, che ti parla a un centimetro dal naso. È una cosa che non tutti amano, ma a me piace stuzzicare questi scudi scemi che ha la gente. Perché per me sono scudi scemi. Sulle spiagge ci sono persone che vanno in crisi di panico se due granelli di sabbia invadono il loro stoino. Di solito sono tipi che parlano di Sharm e se li sposti un secondino dal cemento e dalla televisione, chiamano mamma.

 

A chi hai regalato di più di te nel romanzo?

Certamente a Bastiano, per tutto. Diciamo che ho portato all’ennesima potenza tutte le mie confusioni private, le mie smanie e il senso di rivalsa che provo e con il quale convivo, sopportandolo. Ho preso quel motore lì, l’ho truccato e poi l’ho sparato a tremila. Dopo mi sono sentito mooolto meglio.

 

 Hai lavorato con Massimiliano Governi (l’editor per la narrativa italiana di Elliot e curatore della collana Heroes), che tipo di confronto c’è stato? E come ne sei uscito?

Ne sono uscito con un bel bottino che mi sono portato a casa e che mi rigiro tra le mani tutti giorni. Sul testo – a parte un capitolo che ho inserito successivamente alla presentazione del libro – non ci sono stati molti interventi. Massimiliano Governi ha individuato con minuzia e grande rispetto tutte le rugosità del testo fresco di prima stesura. Per me è stato stupefacente vedere che proprio lui – un anno fa neanche immaginavo lontanamente che un giorno ci avrei lavorato insieme – si entusiasmava e aveva a cuore la perfetta riuscita del libro, in tutto il suo potenziale. Un’esperienza clamorosa, che conto di ripetere al più presto.

 

 Cosa ne sarà ora di Bastiano? Dove si accamperà?

Con un po’ di fortuna è ancora lì che aspetta ciccia per l’inverno, o una bimba bella da tenere là sotto per un po’ come sposa. Attenzione, in questi giorni mentre andate per funghi.

 

Alex Pietrogiacomi

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martedì, 03 novembre 2009

Comunicato Stampa

Il 6 novembre 2009 alle ore 22.00 presso Fusolab

´Via Giorgio Pitacco 29, Roma`

Reading di Scrittori Precari

Con la partecipazione di Carolina Cutolo


Continuano i reading degli Scrittori Precari, dopo il tour italiano che ha toccato le maggiori città, ospitando scrittori locali oltre al collettivo stesso.

Anche per questa serata romana, un'ospite d'eccezione,  la scrittrice Carolina Cutolo, per una lettura dedicata al precariato emozionale e professionale.

Il collettivo romano nel frattempo si sta preparando per vari interventi, tra cui uno all'Università di Siena.

Scrittori precari nasce come rivendicazione della centralità della scrittura e della sua condivisione attraverso la lettura pubblica, intesa come forma d’impegno civile che sappia spezzare il ritornello della “crisi” con cui da mesi si giustificano i tagli e le disattenzioni reiterate nei confronti del mondo del lavoro, della scuola, dell’istruzione e della cultura. Noi vogliamo riappropriarci del nostro tempo, anziché continuare a produrre e consumare.

Scrittori precari è un reading itinerante nato nel dicembre 2008. I membri fondatori del collettivo sono Gianluca Liguori, Simone Ghelli, a cui si è subito aggiunto Luca Piccolino e nel gennaio 2009 Andrea Coffami e Angelo Zabaglio. Nel giugno 2009 entra nel collettivo anche Alex Pietrogiacomi.

 

http://www.scrittoriprecari.wordpress.com


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martedì, 03 novembre 2009

I Cariolanti

 

Autore: Sacha Naspini

Elliot Edizioni- pp.gg. 158 – euro 16,00- 2009

 

 

Fame. E’ il grugnito di quella scrofa chiamata vita. Un verso che spezza il silenzio dei pensieri, che lascia attoniti i sospiri e che divora ogni azione. Fame. Nell’allargarsi delle vocali c’è qualcosa che aspira, che succhia avido dal midollo stesso dell’esistenza. Un rivoltante sapore di nulla che non permette di lasciarsi andare alla contemplazione degli uomini, all’apprendimento dei loro usi, regole, ragioni. Quel gusto privato di odore rende tutto semplice. Vuoto. Colmare. Riempire.

 

 

Vuoto. Colmare. Riempire. Come nella buca nel terreno dove tutto comincia, dove per la prima volta Bastiano si sente raccontare dei Cariolanti, che se non mangi tutto ti vengono a prendere e ti portano via per divorarti.

Nel terreno sente i rumori della vita che si smuove attorno a lui, che viene scossa dal tremito dei corpi che muoiono  per la guerra del ’18, un conflitto di cui non sa nulla perché il padre, imboscato, non ne parla. Il padre lo tiene rinchiuso con la moglie in quell’angusta fossa, coperta da tavole e sterpi, dove devono accendere il fuoco al coperto, rischiando il soffocamento, dove quando piove l’acqua  e il fango invadono i capelli, li sfibrano, come il fisico che non riesce a sostenere i morsi della fame.

E quando arriva l’inverno e le bestie non si possono cacciare con la solita trappola (una lancia appuntita che sfonda il cranio da un foro sottoterra) cosa si mangia? Come si mangia?

La fame. Fa sporcare le unghie nello sforzo di scavare in cerca di una radice, di un verme, di qualsiasi cosa. La fame tramuta “il qualsiasi cosa” in una parte della coscia della madre. Una piccola parte però, quel tanto che basta, magari solo un pezzettino da dividere poi anche con la povera donna che al risveglio, grazie a un cinghiale ucciso, neanche si assaggia.

Da quel momento tutto cambia perché quello che Bastiano vive è una realtà amplificata. Disumana nell’accezione animalesca. È un uomo che ragiona a quattro zampe, che respira con le orecchie dritte le voci dei paesani nel momento in cui il conflitto termina e finalmente si può costruire una casa per abitarla.

Un crudele scherzo della natura umana che non scende a patti con l’evoluzione. Bastiano è questo. Istinto puro trattenuto a fatica dalle regole sociali, istinto legato alla fame ereditata dal padre, uomo pragmatico, essenziale, nudo nella sua terribile presenza, in tutta la  sua terribile e lontana presenza è dentro il figlio a spingere contro le pareti delle sue vene per farlo diventare più grande, più uomo, ma senza spiegargli il perché. Senza dimostrazioni d’affetto per quel tardo che si mena l’uccello dietro le siepi.

Ma il retaggio famelico non è soltanto paterno perché  la madre nella sua silenziosa coerenza di conservatrice di vita è amorevolmente glaciale nello spiegare al figlio come funziona il mondo. Una donna marziale che insegna anche come si devono toccare le donne, che sacrifica ogni pudore per la carne della sua carne, che vuole appagare quegli occhi giovani che chiedono un pasto di risposte. Madre che addenta la sopravvivenza da ogni lato.

La storia di Bastiano è un incredibile viaggio nell’Italia delle due guerre, nella campagna, tra boschi e branchi di cani, innamoramenti violenti e incoscienti, fughe dalla realtà, da sé stessi , avvinghiati alla bella penna di Sacha Naspini, che mette insieme il passato e il futuro della nostra letteratura con bravura disarmante. Nello stile del trentatreenne autore toscano si ritrova un Collodi privo della fiaba, un realismo moderno che riesce a gettare il lettore in vicende accadute più di novant’anni fa senza creare distanza temporale, senza renderle anacronistiche o passate.

La vita di Bastiano è un tuffo nel vortice della fame e della disperazione umana. Una disperata consapevolezza di essere nato per traverso e di non riuscire a trovare un pasto che sappia saziare quella bocca interiore spalancata che porta il nome del protagonista. Che trancia i tessuti di ogni illusione sporcandoli del sangue e della merda della storia di un uomo.

 

 

Voto: 9

 

In tre righe? Sporco come la faccia di un bambino affamato

 

Parole di Alex Pietrogiacomi

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