postato da thebackinblack alle ore 14:01
martedì, 15 settembre 2009

Ammazzarsi per sopravvivere 

Autore: Iain Levinson

Edizioni Socrates- pp.gg. 151- euro 10.00- 2009


Si parla tanto di precariato e lo si fa in ogni salsa: da quella politica a quella sociale. Precari professionali, precari emotivi, precari per hobby, precari per scelta.

E il vero precario? Quello che davvero fa di tutto per farcela? Dove sta? Dove sta il tizio che sopporta infinite fatiche ammazzandosi per sopravvivere?

Eccolo qui, nome e cognome: Iain Levinson. Laureato in lettere (e chi non lo è?) con il sogno di scrivere il suo romanzo  mentre cerca di arrabattarsi nella terra delle opportunità per eccellenza.

Il sogno americano qui mette un bel punto. Di sutura. Ad ogni tentativo di riuscire a racimolare lo stretto necessario per andare avanti, di allargare lo strappo del bel vestito a stelle e strisce, il protagonista si trova sempre messo alle corde da fato avverso, pratiche burocratiche o capi che sono dei veri e propri stronzi.

In queste pagine c’è l’autobiografia di uno scozzese cresciuto in America (ma non c’è da preoccuparsi, le origini quando cerchi lavoro non contano granchè) che si getta a capofitto nell’ennesima serie di lavori, dopo averne cambiati 42 negli ultimi 10 anni. E intanto fa tesoro di ogni incontro.

Vero e proprio professionista del mondo del lavoro ormai sa riconoscere trabocchetti, annunci falsi, colloqui al limite con il ridicolo (“Credevo stessero cercando un leccaculo con un bel taglio di capelli, e invece volevano solo qualcuno, uno qualunque. Comincio ad acquistare più sicurezza del mio status”), non si ferma mai, sembra gridare in faccia al sistema “Can you stop me!” e intanto passa dallo sfilettatore di pesce in Alaska al runner per il cinema, dal conducente di cisterne al traslocatore. Incontri imprevedibili, compagni di viaggio e lavoro che racchiudono in sé, condividendolo, tutto il dramma del povero cristo che vorrebbe soltanto fare quanto deve per pagare l’affitto e magari mangiarsi un boccone decente ogni tanto.

Ma come si può fare? La rabbia non porta da nessuna parte se non ad essere pestato, il cinismo è controproducente perché tanto l’humor con ne deriva non viene mai capito da chi ti guarda e ti chiede che camicia porti sul lavoro, resta soltanto il sudore e qui se ne versa a litri. Un sudore che lascia bagnati e sporchi i vestiti come nulla al mondo può fare, perché la sera si torna a casa (se si riesce e non si è sperduti su qualche nave a bollire granchi) e tutto quello che si vuole è cercare di dormire. Domani è un altro giorno, ma non ci sono bei tramonti su questa frase, soltanto oscuri presagi.

Ammazzarsi per sopravvivere è una dichiarazione, è LA dichiarazione di indipendenza di tutti i lavoratori, il loro manifesto contro il lato oscuro di quelle grandi ali sotto cui tutti cercano la protezione, per capire, con un’energia incredibile ed una scrittura sferzante, che anche quest’Aquila fa i suoi bisogni e bada a non farli in testa ai bravi cittadini di Beverly Hills.

Alex Pietrogiacomi

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postato da thebackinblack alle ore 13:50
martedì, 15 aprile 2008


Il giovane antropologo
Autore Nigel Barley
Edizioni Socrates- Pagg. 215- € 12.50- 2008


“Augustin mi portò a pranzo nel suo ristorante africano preferito. Mi fu portata una zampa di mucca in un grande ciotola smaltata piena di acqua bollente. Quando dico “zampa di mucca” intendo l’intera parte completa di zoccolo, pelle e pelo…”, questa non è la classica avventura dell’ormai noto Turista fai da te, ma una delle rocambolesche situazioni in cui si ritrova Nigel Barley, autore de “Il giovane antropologo” (edizioni socrates).
Barley non è uno scrittore puro… no, lui è un famosissimo antropologo inglese che in questo libro-diario racconta le prime esperienza sul campo, lontano da accademiche discussioni e teorici troppo arroccati sulle loro scrivanie da capire veramente cos’è la ricerca e cosa vuol dire vivere veramente un popolo senza lasciarsi andare ad un semplice resoconto analitico e numerico dei giorni passati al di fuori del proprio paese.

Mosso dalla voglia di fare, di approfondire e di sporcarsi le mani ecco il nostro giovane antropologo partire per il Camerun per vivere in mezzo ai Dowayo e studiarne la vita.
L’imberbe studioso però non sa che si devono fare i conti con pericoli e ostacoli ben più grandi delle strade sterrate, della dissenteria o di cause legate al fattore “terra straniera”: eccolo quindi alle prese con la burocrazia, con le ambasciate, i missionari, un sistema sanitario inadeguato (o inesistente), malattie, capanne di fango e meloni sui tetti.
Barley ha il talento e la bravura di farci viaggiare insieme a lui con uno stile leggero, divertente e divertito che però non perde il “rigore scientifico” dei suoi studi, riuscendo tra una pagina e l’altra a mettere in discussione l’antropologia, il suo gota e provocando la mente dei giovani studiosi con domande sulla vera natura dei loro studi.

Inoltre l’acume dello sguardo mostra un’Africa bellissima nella sua povertà, nella sua ricerca di equilibrio, di un rispetto che nessuno sembra voler porgere o offrire.
“Il giovane antropologo” si legge al ritmo di Mulatu Astatke, sobbalzando nel bus della scrittura.
E la cosa da ricordare sempre (amanti della materia o turisti in cerca di avventura) è di imparare benissimo le inflessioni della lingua indigena al fine di evitare di dire davanti al capo villaggio “Scusatemi sto copulando con il fabbro” invece che “Scusate ho della carne sul fuoco”.
Ah! L’esperienza sul campo!

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