I Cariolanti
Autore: Sacha Naspini
Elliot Edizioni- pp.gg. 158 – euro 16,00- 2009
Fame. E’ il grugnito di quella scrofa chiamata vita. Un verso che spezza il silenzio dei pensieri, che lascia attoniti i sospiri e che divora ogni azione. Fame. Nell’allargarsi delle vocali c’è qualcosa che aspira, che succhia avido dal midollo stesso dell’esistenza. Un rivoltante sapore di nulla che non permette di lasciarsi andare alla contemplazione degli uomini, all’apprendimento dei loro usi, regole, ragioni. Quel gusto privato di odore rende tutto semplice. Vuoto. Colmare. Riempire.
Vuoto. Colmare. Riempire. Come nella buca nel terreno dove tutto comincia, dove per la prima volta Bastiano si sente raccontare dei Cariolanti, che se non mangi tutto ti vengono a prendere e ti portano via per divorarti.
Nel terreno sente i rumori della vita che si smuove attorno a lui, che viene scossa dal tremito dei corpi che muoiono per la guerra del ’18, un conflitto di cui non sa nulla perché il padre, imboscato, non ne parla. Il padre lo tiene rinchiuso con la moglie in quell’angusta fossa, coperta da tavole e sterpi, dove devono accendere il fuoco al coperto, rischiando il soffocamento, dove quando piove l’acqua e il fango invadono i capelli, li sfibrano, come il fisico che non riesce a sostenere i morsi della fame.
E quando arriva l’inverno e le bestie non si possono cacciare con la solita trappola (una lancia appuntita che sfonda il cranio da un foro sottoterra) cosa si mangia? Come si mangia?
La fame. Fa sporcare le unghie nello sforzo di scavare in cerca di una radice, di un verme, di qualsiasi cosa. La fame tramuta “il qualsiasi cosa” in una parte della coscia della madre. Una piccola parte però, quel tanto che basta, magari solo un pezzettino da dividere poi anche con la povera donna che al risveglio, grazie a un cinghiale ucciso, neanche si assaggia.
Da quel momento tutto cambia perché quello che Bastiano vive è una realtà amplificata. Disumana nell’accezione animalesca. È un uomo che ragiona a quattro zampe, che respira con le orecchie dritte le voci dei paesani nel momento in cui il conflitto termina e finalmente si può costruire una casa per abitarla.
Un crudele scherzo della natura umana che non scende a patti con l’evoluzione. Bastiano è questo. Istinto puro trattenuto a fatica dalle regole sociali, istinto legato alla fame ereditata dal padre, uomo pragmatico, essenziale, nudo nella sua terribile presenza, in tutta la sua terribile e lontana presenza è dentro il figlio a spingere contro le pareti delle sue vene per farlo diventare più grande, più uomo, ma senza spiegargli il perché. Senza dimostrazioni d’affetto per quel tardo che si mena l’uccello dietro le siepi.
Ma il retaggio famelico non è soltanto paterno perché la madre nella sua silenziosa coerenza di conservatrice di vita è amorevolmente glaciale nello spiegare al figlio come funziona il mondo. Una donna marziale che insegna anche come si devono toccare le donne, che sacrifica ogni pudore per la carne della sua carne, che vuole appagare quegli occhi giovani che chiedono un pasto di risposte. Madre che addenta la sopravvivenza da ogni lato.
La storia di Bastiano è un incredibile viaggio nell’Italia delle due guerre, nella campagna, tra boschi e branchi di cani, innamoramenti violenti e incoscienti, fughe dalla realtà, da sé stessi , avvinghiati alla bella penna di Sacha Naspini, che mette insieme il passato e il futuro della nostra letteratura con bravura disarmante. Nello stile del trentatreenne autore toscano si ritrova un Collodi privo della fiaba, un realismo moderno che riesce a gettare il lettore in vicende accadute più di novant’anni fa senza creare distanza temporale, senza renderle anacronistiche o passate.
La vita di Bastiano è un tuffo nel vortice della fame e della disperazione umana. Una disperata consapevolezza di essere nato per traverso e di non riuscire a trovare un pasto che sappia saziare quella bocca interiore spalancata che porta il nome del protagonista. Che trancia i tessuti di ogni illusione sporcandoli del sangue e della merda della storia di un uomo.
Voto: 9
In tre righe? Sporco come la faccia di un bambino affamato
Parole di Alex Pietrogiacomi
LA VERA STORIA DI STEPHENIE MEYER
Vinicio Capossela. Un artista che riesce a regalare delle emozioni incredibili all'ascoltatore. Il nostro Tom Waits, lo hanno definito in molti. Giusto o sbagliato che sia paragonare questo cantautore ad un gigante come Waits, non siamo noi a giudicarlo.
Flavio Caprera è tornato con un nuovo libro sul jazz, sempre per Mondadori e dopo il suo Jazz Music ci regala Jazz 101 con cui cominciare, continuare, approfondire la musica di Dio.
Quattro chiacchiere veloci e sincopate.
101 Jazz
Autore: Flavio Caprera
Mondadori- pp.gg. 304- euro 10.00- 2009
101 dischi jazz. E come hai fatto a raccogliere questa carica dei 101?
Ho fatto un’analisi musicale, storica e sociale che mi ha portato alle origini del jazz, alle composizioni di Scott Joplin, a Freddie Keppard, a King Oliver, a Louis Armstrong, ecc.. Era fondamentale partire dai capisaldi, dai costruttori di un genere musicale meraviglioso. Sono loro le basi e bisognava non sbagliare avendo a disposizione solo 101 dischi. Poi il resto è venuto da solo, direi fino agli anni sessanta. A quel punto è stata dura fare una sintesi tra i generi di jazz e i gusti personali. Ho cercato di mantenere un atteggiamento obiettivo e avere come riferimento i giudizi dei critici più importanti. Questo mi ha permesso d’arrivare con serenità ai giorni nostri. Chiaramente qualche musicista è rimasto fuori ma questo fa parte del gioco dei 101.
Pensi di aver davvero preso il meglio?
Credo di aver preso i fondamentali, gli indiscutibili anche se ognuno poi ha le sue preferenze. Ma essendo un libro dal taglio divulgativo, che avvia alla conoscenza del jazz, penso che vadano bene così.
È il tuo secondo libro. Come è stato mettersi di nuovo alla prova con la tua grande passione? Hai scoperto qualcosa di nuovo di te e del jazz?
E’ stato molto stimolante scrivere un altro libro di jazz. Ho rinnovato la mia passione. Chiaramente ho scoperto nuovi musicisti, suoni su cui non mi ero soffermato, imparato ad amare dischi che prima snobbavo.
C’è stata un’evoluzione nel pubblico del jazz in questi anni? E pensi che raccolte e inserti in grandi settimanali possa davvero aiutare?
In Italia sono cresciuti gli appassionati di jazz. C’è una fascia di pubblico molto più ampia che ha fame di sapere, di conoscere in maniera più profonda questo genere. Soprattutto che frequenta i festival. Credo che gli inserti servano nella loro facilità comunicativa, ad avvicinare quanta più gente possibile al jazz.
Il jazz deve essere sdoganato?
Come tante altre cose in Italia, il jazz ha bisogno di un “linguaggio popolare”, fuori dai paroloni, dai tecnicismi e dalle “tribù” che si contendono il sapere per pochi. Dopo tutto la natura del jazz è popolare e lì deve tornare o perlomeno tenerci i piedi ben saldi.
Qual è il tuo groove preferito?
Sopra tutti Lover Man suonato da Charlie Parker
Se dovessi iniziare qualcuno al jazz con chi partiresti?
Forse partirei con il primo Louis Armstrong e dopo con i lavori iniziali di Duke Ellington. Lì c’è il passato, il presente e il futuro del jazz.
Il jazz è criptico emozionale o chiaro concettuale?
A seconda dei generi all’interno del jazz è uno e l’altro.
Sei dell’opinione del tuo collega Marsalis, che il jazz può cambiarci la vita? Se sì come?
Credo di si, soprattutto a livello emotivo e psicofisico. Ti aiuta a vedere la vita in un altro modo.
Senti questa musica come un’esplosione o un’implosione?
E’ un esplosione che ti colpisce allo stomaco e poi ti arriva alla mente.
Non trovi che alcuni jazzisti si facciano un po’ troppe “pippe” mentali?
Mmm, si, ma questo è connaturato in una certa concezione che si ha dell’arte nella cultura occidentale, soprattutto tra noi latini.
Il jazz per te in una frase
E’ un mondo che non si finisce mai di esplorare.
Lo stile di Ingo Schulze ha abituato il lettore troppo bene, lo ha abituato a viaggiare, forse a sognare con parole che non sempre gli appartengono.
Adam e Evelyn
Chi legge questo autore che nel 1998 il “New Yorker” ha annoverato tra i “sei migliori giovani romanzieri europei”a volte si ritrova ad essere spettatore di un sogno che non vive di fatto ma che potrebbe e si perde nella bellezza della voce della storia . Dopo Vite nuove e i bellissimi racconti di Bolero berlinese, Schulze torna con una rocambolesca storia d’amore tra due ragazzi, ambientata nella Germania dell’Est del 1989.
Adam fa il sarto, cuce vestiti che mostrano bellezze nascoste oppure insospettabili, coglie con le sue mani e i suoi occhi i sorrisi delle donne che venerano la sua arte. Nella sua stanza fumosa, che ha nel sigaro che fuma mentre lavora l’odore della sua professione, tutto viene preso, strappato e cucito insieme. Tutto. Stoffe, labbra, seni e corpi nudi. Un bagno di colori che veste ogni volta una donna
Evelyn, Eve, è una cameriera che cerca di farcela, che sorride ad una vita di lato, con il camice sporco di una condizione forse transitoria che cerca di vivere con il suo Adam.
Un giorno Eve torna a casa e scopre quanto il suo “amore” spinga le mani sotto le gonne delle adoranti modelle e decide di fuggire, di correre incontro ad una vacanza (che dovevano fare insieme, lei e lui, da innamorati) sul lago Balaton, con la sua amica Simone e suo cugino dell’Ovest.
Tutto allora prende la piega più inaspettata, tutto non resta fermo e in mezzo a un fiume di dialoghi comincia la rincorsa di Adam verso la sua amata, con la sua Wartburg di nome Henrietta e la tartaruga Elfy, mentre l’Ungheria sta per aprire le frontiere e l’Ovest si fa più vicino, una storia d’amore dai mille ostacoli, dalle sfaccettature più complicate e intrecci inusuali. Un romanzo che corre su ruote e piedi, tra storia e politica, con paure e riflessioni di una coppia che si trova a giocarsi la propria libertà e a trovare nella distanza da casa un motivo in più per guardarsi negli occhi e dirsi … e dirsi qualcosa.
Alex Pietrogiacomi
«Sono un vecchio ebreo sentimentale. L’ultimo ebreo della mia famiglia». Artie Rubin è un illustratore di libri per ragazzi di quasi settant’anni che ora lavora ai miti degli Asi. Vive a New York, regge la sua fede ebraica con una mano che è sostenuta dal padre che non c’è più, un vecchio padre osservante, vivo nel pensiero di un figlio che lo ricorda continuamente.
Rallegrati di queste cose al crepuscolo
Autore: Hugh Nissenson
Cargo- pp.gg. 416 - euro 18,00 - 2009
Sposato con Johanna, un’agente di borsa che è sempre accanto al marito pur non condividendo la radice religiosa, soprattutto ora nel momento più bello per una coppia di genitori: la nascita di un nipote.
I due vivono in uno stato di serenità docile. Il lavoro, lo srotolarsi delle giornate, gli amici e la quotidianità divisa come un pasto nei giorni d’inverno. Nulla sembra essere fuori posto, neanche il sesso consumato con l’aiuto del viagra, con mani sapienti, anzi reminiscenti, che muovono piaceri frugali ma intimi, condivisi, unici.
I Rubin vivono il loro tempo. Lo fanno con la discrezione di chi conosce il proprio legame. Ma il tempo porta anche inciampi, paure, zoppie dovute a pensieri che scivolano tra le mani strette dell’ottimismo e sporcano le scarpe nuove della realtà.
Accanto alla coppia gli amici hanno gravi problemi di salute, alcuni sono morti e a quanto pare anche loro devono cominciare a fare i conti con la propria. Nascono ansie che vengono affrontate con estrema semplicità, con un rigore fatto di inconscia calma, summa di anni passati insieme, che permette di osservare i propri timori, senza disperderli, ma quantomeno attutendone il sordo rumore.
Tutto si svolge in un’America stretta tra l’agosto e il novembre del 2001, un paese che entra nel taschino della giacca di questa storia, in cui fanno capolino la questione mediorientale, gli attentati, dove lentamente si avvicina l’11 settembre senza invadere lo spazio empatico dei personaggi e della loro vita. Capovolge, modifica, non invade. Un’America ricordata mentre viene vissuta.
Nissenson ha la potenza narrativa della semplicità evocativa di ogni giorno, che fa riemergere in modo del tutto proprio e originale tematiche universali (ma anche care alla scuola di scrittura ebrea in ogni accezione da Malamud ad Auslander) come la presa di coscienza della propria condizione di fragilità, di impermanenza, senza commiserazione alcuna. Un romanzo di profonda umanità dove scoprire come trovare l’equilibrio nelle ore del crepuscolo.
«Manuale di terrorismo ad uso dei principianti ricco di notizie sulle condizioni di tempo e di denaro essenziali allo scopo, gli studi da seguire, gli esami da affrontare, le attitudini e le capacità necessarie per una buona riuscita, gli strumenti di preparazione, le possibilità di avanzamento e di successo nella professione, il tutto illustrato da tavole e figure e completato da esmpi e intermezzi piacevoli atti a rilassare lo spirito durante lo studio». C’è altro da aggiungere? Forse no, o forse sì.
Breviario per aspiranti terroristi
Autore: Mathias Enard
Nutrimenti- pp.gg. 160 – euro 15.00- 2009
Un divertissement saturo di ironia che ha una miccia corta e veloce in grado di far sorridere e riflettere al tempo. Breviario per aspiranti terroristi educa il “buon selvaggio” Virgilio «(…) negro di pelle e schiavo di condizione» all’arte, o meglio ai comandamenti, del terrorismo riuscendo a dimostrare che ognuno di noi può farcela. Basta seguire le dieci lezioni:1. Avere una causa da difendere; 2. Avere un lato mistico;3. Essere un po’ artisti; 4. Avere rispetto dei testicoli; 5. Saper convincere; 6. Saper scegliere un obiettivo; 7. Giocare a Commando; 8. Essere un tantino zoofili; 9. Sapersi sacrificare per la causa; 10. Essere un cuoco provetto.
Lezioni impartite da un padrone bianco, con villa ai Caraibi che tra un bicchiere e una posizione zen, uno sguardo e un disegno impartisce lezioni che potrebbero far tornare alla mente la letteratura del 700, ma anche alcuni passaggi tanto cari a Pirsing.
Un pamphlet essenziale e caustico, irriverente e demolitore (che sarebbe piaciuto sicuramente a Bernard detto “il Picchio”) per potersi scagliare contro un mondo abbrutito da sé stesso, e che finalmente si discosta da certi libri che, con serietà allarmante, davvero vorrebbero far incendiare le molotov da chiunque.
Ah, naturalmente «Gli autori declinano ogni responsabilità per le conseguenze estetiche, politiche o digestive legate ad un’eventuale messa in pratica degli strampalati consigli raccolti in questo manuale».
Quindi non resta che rimboccarsi le maniche, respirare e accendere la miccia … sperando che non sia bagnata.